Herbert Kilpin, fondatore del Milan, in posa con la divisa rossonera a strisce verticali, il colletto bianco rigido, il flat cap e i caratteristici baffi a manubrio

Ogni grande storia ha un inizio: quella del Milan comincia in un freddo pomeriggio di dicembre del 1899, in un hotel del centro di Milano, attorno a un tavolo dove un gruppo di inglesi e di italiani decise di fondare una squadra di calcio e di cricket. Tra loro c'era un giovane mercante di tessuti di Nottingham, un uomo magro dai baffi spioventi e dallo sguardo intenso: Herbert Kilpin. Da quella sera nacque il Milan Foot-Ball and Cricket Club, da quella maglia rossonera nacquero diciannove scudetti, sette Coppe dei Campioni e una delle bandiere più amate del calcio mondiale. Questa è la storia di un inglese che diede al Milan il suo cuore, il suo nome e i suoi colori.

Un inglese a Milano: chi era Herbert Kilpin

Herbert Kilpin nacque a Nottingham, in Inghilterra, il 24 gennaio 1870, in una casa al numero 129 di Mansfield Road (oggi rinumerato al 191). Figlio di un macellaio, cresciuto in una famiglia numerosa con nove fratelli maggiori, dopo aver lasciato la scuola trovò impiego come assistente in un magazzino di pizzi, un settore che nella Nottingham di fine Ottocento rappresentava una delle principali industrie cittadine.

Da ragazzo, Kilpin si innamorò del calcio, lo sport che proprio in quegli anni iniziava a uscire dai college inglesi per conquistare il continente europeo. Giocò come dilettante nella sua città natale, ma il destino aveva in serbo per lui un viaggio molto più lungo: nel 1891, a soli 21 anni, partì per l'Italia per lavorare nel settore tessile a Torino.

Nel capoluogo piemontese trovò subito modo di unire lavoro e passione: si tesserò come giocatore per l'Internazionale Torino, considerata da molti storici la prima vera società calcistica fondata in Italia. Nei suoi anni torinesi vinse anche tre titoli regionali e diventò uno dei pionieri di uno sport che gli italiani ancora chiamavano con timore reverenziale "foot-ball".

Una vita tra Inghilterra e Italia

Kilpin non era un calciatore professionista nel senso moderno del termine. Era un commerciante di tessuti che amava il calcio sopra ogni cosa: lo importava in Italia con la stessa naturalezza con cui importava cotone e lana dall'Inghilterra. La sua era una passione totalizzante che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, dai primi calci a Nottingham fino alle ultime stagioni a Milano.

Nel 1898 Kilpin si trasferì a Milano per motivi di lavoro. La città lombarda, in pieno fermento industriale, era il cuore economico di un Regno d'Italia ancora giovane e in cerca di identità. Qui Kilpin trovò ad attenderlo un piccolo nucleo di connazionali, mercanti, ingegneri e dirigenti che condividevano la sua stessa passione. Mancava solo l'occasione giusta per trasformare quella passione in qualcosa di duraturo. L'occasione arrivò pochi mesi dopo, in una sala di un hotel del centro.

16 dicembre 1899: la nascita del Milan Foot-Ball and Cricket Club

La data ufficiale celebrata dal club è il 16 dicembre 1899, anche se alcuni storici ritengono che l'assemblea costitutiva si sia tenuta in realtà due giorni dopo, il 18 dicembre. La perdita dello statuto originale del club ha reso impossibile stabilire la data esatta con assoluta certezza, ma la tradizione rossonera continua a festeggiare il 16 dicembre come compleanno ufficiale.

La riunione fondativa si svolse all'Hotel du Nord et des Anglais di Milano, un albergo elegante frequentato dalla comunità britannica della città. Attorno al tavolo si sedettero alcuni inglesi residenti a Milano e un piccolo gruppo di italiani interessati al nuovo sport che stava facendo capolino nel Paese. Pochi giorni prima, secondo la ricostruzione tramandata, Kilpin, Samuel Davies e David Allison avevano incontrato Alfred Edwards proprio in un'osteria, la Fiaschetteria Toscana di via Berchet, dove si era discussa per la prima volta l'idea di dare vita a una vera società sportiva.

Il nome scelto per il nuovo club fu Milan Foot-Ball and Cricket Club, scritto rigorosamente in inglese. Quella scelta non era casuale: rifletteva l'origine anglosassone dello sport e il prestigio culturale che, all'epoca, l'Inghilterra esercitava su tutta l'Europa. Anche il nome della città venne anglicizzato in "Milan", una grafia destinata a sopravvivere fino ai giorni nostri e a diventare uno dei marchi sportivi più riconoscibili al mondo.

Il club fin dall'inizio fu pensato come una società polisportiva: comprendeva infatti una sezione cricket gestita da Edward Nathan Berra e una sezione football guidata da David Allison come capitano e da Herbert Kilpin come allenatore e secondo capitano. Solo negli anni successivi il calcio prese il sopravvento, lasciando il cricket come parentesi marginale di una storia che sarebbe diventata interamente rossonera.

La prima sede sociale ufficiale fu fissata proprio alla Fiaschetteria Toscana, al numero 1 di via Berchet, a due passi dalla Galleria Vittorio Emanuele II. In quel locale, dove i soci fondatori erano abituati a riunirsi davanti a un bicchiere di vino, batté per dieci anni il cuore amministrativo del giovane club. Il Milan resterà in quella sede fino al 1909, quando si trasferirà alla Birreria Spatenbrau di via Ugo Foscolo. Il primo campo da gioco fu invece il Trotter, in piazza Doria, lì dove qualche decennio dopo sarebbe sorta la Stazione Centrale di Milano.

Alfred Edwards e i pionieri: i padri fondatori del club

Spesso si pensa a Kilpin come al fondatore unico del Milan, ma la realtà storica è più ricca e corale. Il primo presidente eletto fu Alfred Ormond Edwards, già vice-console britannico a Milano, uomo d'affari rispettato e figura di raccordo tra la comunità inglese e la borghesia milanese. Edwards mise a disposizione del club il suo prestigio sociale e una rete di contatti fondamentale per i primi anni di vita della società.

Accanto a Edwards e Kilpin sedevano altri pionieri il cui nome merita di essere ricordato: Edward Nathan Berra come vicepresidente e responsabile della sezione cricket, Samuel Richard Davies come segretario, il già citato David Allison come capitano della squadra di calcio. A loro si aggiungevano Daniele Angeloni, Giannino Camperio, Antonio Dubini e Guido Valerio, italiani la cui presenza testimoniava fin dalla nascita il carattere internazionale e cosmopolita del nuovo club.

La prima partita ufficiale della storia del Milan si giocò il 15 aprile 1900 al Velodromo Umberto I di Torino. L'avversario era la Torinese, una delle squadre più affermate del calcio italiano dell'epoca. Il risultato non fu memorabile dal punto di vista sportivo — il Milan perse 3-0 — ma rappresentò comunque l'atto di nascita agonistico del club. Da quel pomeriggio piemontese, la storia rossonera ha avuto inizio.

La prima maglia rossonera: perché il rosso e il nero

Pochi simboli sportivi sono iconici come la maglia rossonera e pochi devono così tanto al loro creatore. La scelta dei colori che avrebbero accompagnato il Milan in oltre un secolo di trionfi fu di Herbert Kilpin: la motivazione che diede è rimasta scolpita nella leggenda del club.

La frase di Kilpin sui colori

«Saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari».

Da quel momento, il Milan diventò per sempre il Diavolo. Le prime divise erano camicie a strisce verticali rosse e nere in pesante lana, dotate di colletto bianco rigido inamidato e di un piccolo scudo crociato sul petto sinistro: la croce di San Giorgio, simbolo della città di Milano, presente fin dalle primissime maglie del club. Quello stemma, ben visibile nelle fotografie d'epoca di Kilpin, è uno dei segni più antichi del legame tra il Milan e la sua città.

La fantasia rossonera a strisce verticali restò il marchio della prima squadra anche negli anni successivi, attraversando guerre, dittature, ricostruzioni e rivoluzioni tattiche. Cambieranno i materiali, gli sponsor, i tagli, ma quella alternanza di rosso e nero, immaginata da un giovane inglese di Nottingham, sarebbe diventata uno dei simboli più riconoscibili nello sport mondiale.

I primi trofei: la Medaglia del Re tra il 1900 e il 1902

Il nuovo club non perse tempo. Già nella sua prima stagione il Milan partecipò alla Medaglia del Re, una competizione istituita nel 1900 in onore del re d'Italia Umberto I, assassinato a Monza il 29 luglio di quell'anno. Si trattava di un torneo non riconosciuto come ufficiale dalla Federazione, ma di grande prestigio simbolico nell'Italia post-risorgimentale.

L'edizione del 1900 vide il Milan trionfare in finale contro la Juventus con il punteggio di 2-0, grazie alle reti di Giannino Camperio e David Allison: era il primo trofeo della storia rossonera. L'anno successivo, il 17 marzo 1901, il Milan si aggiudicò nuovamente la coppa contro il Genoa, terminata 1-1 e poi assegnata a tavolino ai rossoneri per il ritiro della squadra ligure dal replay. Nel 1902, il 23 febbraio, arrivò il tris: Milan-Torinese 7-0 con tripletta di Kilpin, tripletta di Cederna e gol di Rizzi.

3 Edizioni vinte della Medaglia del Re
1900 Anno del primo trofeo rossonero
7-0 Storica vittoria sulla Torinese
3 Gol di Kilpin nella finale del 1902

La regola del torneo prevedeva che la coppa venisse assegnata in via definitiva alla prima squadra capace di vincerne tre edizioni consecutive. Il Milan, vincendole tutte e tre, si aggiudicò il trofeo per sempre e di fatto pose fine alla competizione. Era il primo segnale che a Milano, dietro a quella casacca rossonera ideata da Kilpin, stava nascendo qualcosa di destinato a durare.

5 maggio 1901: il primo scudetto a Genova

Il vero salto di qualità arrivò nella stagione 1900-1901, quando il Milan partecipò al Campionato Italiano di Football organizzato dalla Federazione. Si trattava di una competizione a formula di coppa con eliminazione diretta, alla quale prendevano parte soltanto quattro squadre: Milan, Juventus, Genoa e Ginnastica Torino. Per regolamento, il Genoa — campione in carica e dominatore delle prime tre edizioni del campionato — era direttamente qualificato in finale.

Il Milan superò il primo turno battendo i concittadini del Mediolanum per 2-0, in quello che è ricordato come il primo derby milanese della storia del calcio italiano. In semifinale, il 28 aprile 1901 a Torino, i rossoneri affrontarono la Juventus in una sfida combattutissima. La squadra di Kilpin si trovò sotto due volte e per due volte rimontò, fino al gol decisivo dello stesso Herbert Kilpin che fissò il punteggio sul 3-2 e portò il Milan in finale.

5 maggio 1901 — La finale

Genoa-Milan 0-3 — Campionato Italiano di Football 1901

Data: domenica 5 maggio 1901, ore 15:00

Stadio: Campo Sportivo di Ponte Carrega, quartiere Staglieno, Genova

Marcatori Milan: Herbert Kilpin, Negretti e una terza rete attribuita dalle cronache d'epoca con incertezza tra Kilpin e un'autorete genoana

Allenatore e capitano in campo: Herbert Kilpin (player-manager)

Presidente: Alfred Edwards — 8 dei 13 giocatori convocati erano britannici

La finale si giocò il 5 maggio 1901 al Campo Sportivo di Ponte Carrega, nel quartiere genovese di Staglieno. Il Genoa, fino a quel momento dominatore assoluto del calcio italiano con tre titoli consecutivi, era nettamente favorito. Il Milan, in trasferta, scese in campo con una formazione composta in larga parte da giocatori britannici, espressione di un calcio ancora profondamente legato alle sue radici inglesi. Per molti decenni le cronache hanno registrato un risultato di 1-0, ma la ricostruzione storica più recente, confermata anche dal sito ufficiale del club, parla di un netto 3-0 rossonero firmato da Kilpin, da Negretti e da una terza rete dalla paternità incerta.

A soli due anni dalla fondazione, il Milan era campione d'Italia. Il primo scudetto della sua storia fu cucito sul petto della maglia rossonera dal suo stesso fondatore. Per Herbert Kilpin si trattava del massimo trionfo possibile: giocatore, allenatore e capitano della squadra che aveva contribuito a creare dal nulla. Una situazione così particolare, dove un solo uomo è insieme padre, anima e braccio armato di un club, è senza paragoni nella storia del calcio mondiale.

Il declino di Kilpin e la fine della parabola sportiva

Dopo il trionfo del 1901, Kilpin continuò a giocare per il Milan, portandolo nuovamente alla vittoria del campionato italiano nel 1906 e nel 1907. In nove stagioni rossonere collezionò complessivamente 23 presenze ufficiali e 7 gol, numeri modesti per gli standard moderni ma assolutamente rilevanti per un'epoca in cui il calendario annuale prevedeva pochissime partite e in cui Kilpin, ormai trentacinquenne, divideva il suo tempo tra il lavoro e la guida tecnica della squadra.

Negli stessi anni il club che aveva contribuito a fondare cominciava a dividersi al proprio interno. Una parte della dirigenza spingeva per puntare sui giocatori italiani e limitare il numero degli stranieri in rosa, mentre Kilpin e gli altri pionieri britannici difendevano l'identità internazionale originaria del Milan. Lo scontro raggiunse il suo apice nel marzo del 1908: il 9 marzo, un gruppo di soci dissidenti si staccò per fondare il Foot-Ball Club Internazionale Milano, l'Inter, proprio in nome del principio di accogliere senza limiti i calciatori provenienti da tutto il mondo.

Quella scissione, paradossalmente nata in nome di un'idea che Kilpin condivideva, segnò anche il graduale ridimensionamento del suo ruolo. Negli anni successivi, le tracce sportive dell'inglese si fanno via via più rade. Continuò a vivere a Milano, a lavorare nel settore tessile, a frequentare i locali del centro città, ma le sue energie fisiche si stavano consumando.

Herbert Kilpin si spense il 22 ottobre 1916 in una stanza della sua casa milanese, all'età di 46 anni. L'Italia era in piena Prima guerra mondiale e la sua scomparsa passò quasi inosservata. Fu sepolto nella sezione protestante del Cimitero Maggiore di Milano, in una tomba senza nome né lapide. Il padre fondatore del Milan stava per scomparire nell'oblio.

L'eredità di Kilpin: dalla tomba al Monumentale al Famedio

La parabola umana di Herbert Kilpin sembrava destinata a sparire nel silenzio. Per oltre settant'anni i suoi resti riposarono in una tomba anonima, dimenticata anche dal club che aveva contribuito a fondare. Solo negli anni Novanta uno storico appassionato, Luigi La Rocca, intraprese una lunga ricerca documentale e riuscì finalmente a identificare con certezza il luogo della sua sepoltura.

Da quel momento, la riscoperta del fondatore diventò un piccolo movimento collettivo. Nel 1999, in occasione del centenario del Milan, gli venne dedicata una nuova lapide e le sue spoglie vennero traslate nella Galleria di Levante del Cimitero Monumentale di Milano, in un luogo finalmente degno della sua importanza storica. Il trasferimento fu finanziato dallo stesso club, che cominciava a riappropriarsi della memoria del proprio padre.

Il 2 novembre 2010, il Comune di Milano fece un passo ulteriore: Herbert Kilpin venne iscritto ufficialmente nel Famedio del Cimitero Monumentale, il tempio dei cittadini illustri di Milano. Nello stesso giorno vennero ricordati anche Giorgio Muggiani (fondatore dell'Internazionale), il giornalista Gian Maria Gazzaniga e la coppia di attori Raimondo Vianello e Sandra Mondaini.

Il riconoscimento più alto, però, arrivò molti anni dopo, in occasione del 125º anniversario della fondazione del club. Il 13 dicembre 2024 le spoglie di Kilpin vennero solennemente traslate nella Cripta del Famedio, il luogo riservato alle personalità più illustri della storia di Milano, dove già riposano figure come Dario Fo, Alda Merini, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Giuseppe Meazza. Alla cerimonia parteciparono il sindaco Giuseppe Sala, il presidente del Milan Paolo Scaroni e Helen Stirland, discendente diretta del fondatore.

«Milano riafferma il suo affetto e rende omaggio a uno dei padri fondatori dei Rossoneri», dichiarò il sindaco Sala. «Herbert Kilpin scrisse i primi capitoli della leggenda del Milan, dando forma alla storia del calcio italiano ed europeo», gli fece eco il presidente Scaroni. Centoventicinque anni dopo aver pronunciato la sua frase più famosa sulle "fiamme rosse" e sulla "paura nera", l'inglese di Nottingham trovava finalmente il riconoscimento eterno che meritava.

Un fondatore, una maglia, una leggenda eterna

Oggi il nome di Herbert Kilpin è ovunque a Milano: una rotatoria davanti alla sede di Casa Milan, un coro intonato dalla Curva Sud di San Siro, uno striscione con la sua silhouette baffuta che compare a ogni partita importante. La sua figura è diventata mito, ricordata da tifosi, scrittori e giornalisti come quella dell'uomo che diede al Milan tutto quello che aveva: un nome, una sede, una maglia, un'idea.

Il club che fondò in quel pomeriggio di dicembre del 1899 è oggi una delle società calcistiche più vincenti al mondo: 19 scudetti, 7 Coppe dei Campioni, 3 Coppe Intercontinentali, 1 Mondiale per Club FIFA, decine di altri trofei nazionali e internazionali. Ma tutto, davvero tutto, è nato da un commerciante di tessuti inglese, da un'osteria milanese e da una semplice idea: vestire di rosso come il fuoco e di nero come la paura.

Ogni volta che il Milan scende in campo con la sua maglia rossonera, c'è ancora un pezzo di Herbert Kilpin nella sua storia. Quel ragazzo di Nottingham arrivato in Italia con una valigia, una passione per il calcio e un sogno troppo grande per essere realizzato da solo, ha lasciato in eredità al mondo qualcosa di immortale: un club, una bandiera, un'identità. Tutto comincia da lì, dal 16 dicembre 1899, dalla Fiaschetteria Toscana di via Berchet, da quella prima maglia a strisce verticali rosse e nere.

Forza Milan, sempre.